Piccola storia ironica di un cuore infranto…

Come riuscire ad alleggerire con ironia, il ricordo doloroso di quella volta che ci è stato infranto il cuore

 

E’ possibile, con il tempo, riuscire a parlare con un filo di ironia di quella volta che ci hanno infranto il cuore? Forse si… e questo (forse) ci può essere d’aiuto per cercare di guardare con distacco e leggerezza a certe sofferenze passate. I nomi di persone e luoghi sono di fantasia, la storia no…

 

“Ma… ieri sera… sono stato più divertente io oppure Giulio?”
Quella domanda di Marco mi lasciò spiazzata; non ne capivo il senso e francamente mi imbarazzava anche un po’.
Certo, se fossi stata una buona e saggia First Lady, avrei risposto: “Caro, ma che domande… non c’è assolutamente paragone! Giulio è spiritoso, ma tu sei ironico, intelligente, sagace… sei capace di brillare su tutti e su tutto!”
Ma io non ero una buona e saggia First Lady ed anzi avevo (ed ho…) il maledetto vizio di dire sempre quello che penso, soprattutto davanti a domande così sciocche. Quindi, senza neppure rifletterci su, risposi: “Beh, la serata è stata divertente e voi molto spiritosi entrambi, ma Giulio si sa, è decisamente spassoso.”

Ecco, era questa la scena che avevo in mente quella mattina a Rimini mentre, spingendo il passeggino con mio figlio addormentato sopra, cercavo di capire dove diavolo fossero finiti Marco, mio marito, ed un’altra coppia di amici: Anna e Roberto.
“Forse…” pensai “se fossi una mogliettina più avvezza alle lusinghe, forse Marco mi amerebbe di più e forse, se avessi più tempo da dedicare a me, riuscirei anche ad essere più carina e lui più affettuoso. Se avessi più tempo per me, potrei andare dal parrucchiere, truccarmi un po’, avere mani sempre perfette con unghie laccate… o più semplicemente riuscirei ad avere sempre camicette ed abitini sempre impeccabili e magari anche un pochino sfiziosi, senza macchie di pappa o altre “improvvisazioni” del mio bambino.”
Ma tempo per me non ne avevo: con un bambino piccolo che non dorme né di notte e né di giorno, un lavoro fuori casa e nessun marito, genitore o altro a darmi una mano, era già un miracolo se riuscivo a penninarmi la mattina.

 

Ma d’altra parte lo so, Marco era un uomo molto impegnato, non aveva tempo né per me, né per nostro figlio perché si sa che gli uomini tanto impegnati sono poco avvezzi all’accudimento della prole.
E del resto, di questo me ne ero accorta quasi subito… era successo pochi mesi dopo la nascita del nostro bambino. Era domenica mattina, ed io ero occupata a risolvere una situazione esplosiva: la cacca di mio figlio!
Era incredibile l’immensità della sua produzione di quel giorno, tanto da non sapere dove mettere le mani. Ricordo che pensai che a Pompei, durante l’esplosione del Vesuvio, forse dovevano essersi sentiti un po’ così… Insomma, ero talmente in difficoltà che mi vidi costretta, contrariamente a quanto avevo sempre fatto, a chiedere l’aiuto di Marco: “Marco… scusa… abbi pazienza… potresti venire a darmi una mano per favore?”

Marco entrò nella stanza e lo vidi vacillare. Era evidente che si stava trovando davanti ad una situazione per lui alquanto inaspettata e sconvolgente: suo figlio faceva la cacca!
Lo vidi impallidire, indietreggiare e per lui, uomo tutto d’un pezzo, direi che era piuttosto insolito.
Mi chiese di attenderlo un attimo ed uscì dalla stanza, per farvi ritorno qualche minuto dopo armato di due tappi; avete presente quei tappi gialli, di gommapiuma che si usano per gli orecchi quando di notte si vogliono evitare fastidiosi rumori? Ecco, si. Proprio quelli. Solo che Marco se ne era inserito uno per narice ed ora me lo vedevo lì impalato sulla porta, con dipinta sul volto un’espressione scocciata e disgustata e con quelle due strane escrescenze gialle che gli spuntavano dal naso.
Fu una visione così raccapricciante che, da quella volta, non osai più chiedergli aiuto…

Ma d’altra parte lui era fatto così. Sempre perfetto, sempre con la frase giusta al momento giusto, sempre vincente in ogni situazione.
E quindi, siccome in una coppia è tollerata la presenza di un’unica persona intelligente, lui aveva già scelto di chi fosse quel ruolo. E non ero certo io.
Ma io lo capivo… era fatto così… viveva di apparenze e di abbronzatura.
E infatti, le rare volte che uscivamo insieme e portavamo nostro figlio ai giardini, io m’imbrattavo con la terra e davo calci al pallone, lui passava di panchina in panchina, seguendo meticolosamente il lento movimento del sole. Proprio come i girasoli… Non è romantico?
Eh si, per fortuna c’era lui a tenere alto il livello estetico della famiglia.
Ai rigurgiti, alle cacche e agli occhi pesti per le notti insonni, ci pensavo già io. Lui, di notte indossava tappi per gli orecchi e mascherina per la luce. Una suddivisione più che equa dei compiti, direi.

Ma Marco aveva tutto ciò che a me mancava ed io ero fiera di lui. Un po’ meno di me, ma d’altra parte in amore è così… o no?
Insomma, pensavo un po’ a tutte queste cose mentre, spingendo il passeggino per Rimini, cercando disperatamente di capire dove mai fossero finiti Marco e gli altri due nostri amici.
Improvvisamente però vidi Roberto, anche lui da solo… camminava a testa bassa, come se non cercasse nessuno.

Si avvicinò lentamente a me ed io gli dissi che, suvvia, dovevamo sbrigarci a trovare gli altri due, che ormai era un pezzo che mi ero persa… e magari stavano in pensiero.
Lui allora mi guardò con uno strano sguardo, e poi mi disse: “ Svegliati Chiara! Pensi che a Marco ed Anna interessi qualcosa di dove siamo noi?”
Io lo ascoltai inizialmente senza capire…
Ma fu solo un istante… Poi, Rimini iniziò a girarmi attorno…
E all’improvviso, fu sera.

 

 

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